Piantina succulenta (dono di Davide lo scorso anno)
Qualche nota di aggiornamento sugli ultimi giorni, giusto per tenere un minimo di traccia… La settimana scorsa Tino ci ha lasciato in dono altre piante di rosmarino (Rosmarinus officinalis), di cui una parecchio grossa e a radice nuda. Due di esse, dopo un po’ di studio, sono a dimora: la più piccola – che era in vaso – è finita nella fascetta Mediterranea, vicino a un ulivo, la più grande – quella a radice nuda – dopo sostanziosa potatura è stata collocata lungo la Rampa dei sapori, quasi in cima. Rimangono da sistemare la tonnellata circa (esageriamo!) dei rametti potati, da portare magari al fruttivendolo, e la terza pianta.
Abbiamo già un’idea: vogliamo fare una sorta di “piazzetta” davanti alla Cisterna, una piccola area pianeggiante delimitata su tre lati da un basso muretto di pietra a secco o simili; sul lato a monte vigilerebbe il melograno, che appare ormai felicemente ambientato, al quale affiancare altre piante a portamento cespuglioso, frondose, magari profumate: il rosmarino di Tino è perfetto! Abbiamo altre piante in vaso che farebbero al caso, tra cui un cipressino verde brillante, un piccolo bosso, della lavanda…
Giornata caldissima, quella di oggi, davvero da mare (per chi ne ha la possibilità). L’inizio e la prima metà di settembre sembravano virare subito all’autunnale/tempestoso, meteorologicamente parlando, mentre gli ultimi giorni hanno regalato temperature sostanzialmente estive e inaspettate scottature. In fretta e furia avevamo tirato fuori dall’armadio maglie pesanti, giacche e impermeabili – estraendole da recessi ormai dimenticati – ma altrettanto in fretta li abbiamo ricacciati dentro, accaldati e sudati pur avendo addosso solo una canottierina.
Non si sa se ci sia una correlazione, ma a queste bizzarrie climatiche se ne accompagna una, diciamo, agricolo/degustativa, visto che da ormai una o due settimane raccogliamo e degustiamo i cachi dell’omonimo albero (Diospyros kaki o loto della Cina) sulla fascetta Mediterranea. Il bello è che i cachi dovrebbero maturare a novembre – tra l’altro quei grossi pomi arancione appesi ad alberi completamente spogli, magari con lo sfondo plumbeo di una giornata di fine autunno, fanno sempre un certo effetto, tra l’allegro e lo straniante – e non a settembre, come i fichi. Dovrebbero. Invece eccoli lì, ora, e non resta che approfittarne… mica li faremo cadere e spiaccicarsi per la gioia delle sole formiche, no? E poco male se dovranno dividersi lo spazio con i fichi, con i quali condividono una consistenza molle (con tendenza a spappolarsi) e un gusto molto zuccherino.
Diversi mesi fa, a maggio, comprammo un vaso con un piccolo albero da frutto che presentava già una sorta di bacche verdi e tonde: un azzeruolo (Crataegus azarolus). Si tratta di una specie arborea dal nome evidentemente difficile da pronunciare (lui ha ancora adesso difficoltà a nominarla, ma non è certo l’unico), parente del biancospino, considerata un esempio dei frutti antichi, un tempo molto popolari e presenti nella dieta quotidiana e oggi ridotti a curiosità botaniche o poco più.
Originario dell’Asia Minore o di Creta, questo piccolo albero spinoso è considerato ormai tipico del territorio che si affaccia sul Mediterraneo e più in generale dell’Europa; per qualche verso ricorda il corbezzolo (poco appariscente, non monumentale, con frutti rossi sferici) ma con maggiore capacità di ambientarsi in climi non troppo miti. Uno dei pregi è la ricchezza in vitamina C dei piccoli frutti, qualità che comunque non conoscevamo al momento dell’acquisto.
Ebbene, il piccolo azzeruolo se ne è rimasto in vaso per tutta l’estate, in posizione prima soleggiatissima e molto esposta. La prima tremenda ordalia affrontata dal nostro fu l’ormai famigerata grandinata del 23 maggio: foglie frantumate e apici malridotti, bacche (stranamente) non troppo rovinate. Nei mesi più caldi lo abbiamo quindi messo nella parziale ombra di un caco selvatico, per non mettere a ulteriore prova le sue forze vitali; annaffiature quasi quotidiane, non troppo abbondanti. Nell’insieme deve aver gradito il trattamento, perché un mesetto fa tutti i piccoli frutti verdi sono giunti a maturazione, pur restando piuttosto piccoli (meno di 1,5 cm di diametro) e abbiamo potuto assaggiarli. Il sapore ricorda quello delle ciliegie, essendo un po’ aspro, e quello delle mele, anche per la consistenza; il frutto è niente male e piuttosto dissetante, peccato solo che contenga tre semi che, in proporzione alla polpa, sembrano enormi!
Azzeruolo – gemme di inizio settembre
Una ciotolina di frutti tenuta da lei, insieme a qualche fico verde, ha dato vita a un “esperimento marmellatistico” di cui purtroppo non abbiamo potuto valutare il risultato. Sarà per l’anno prossimo – sempre che ci arrivi, perché….
Perché, ecco, abbiamo sistemato l’azzeruolo nella sua sede definitiva, o almeno così pensavamo iersera andando via da Tuchel dopo il lavoro di zappa. Avevamo individuato un punto adatto, nel prato davanti alla palificata, verso i fichi che ci separano dal bosco ma con tanto spazio libero per crescere. Stamattina invece lo abbiamo trovato schiantato al suolo, il pane di terra sfatto, il fusto spezzato a una trentina di centimetri dall’apice. Un colpo al cuore, un disastro, una nuova suprema prova di sopravvivenza per il quale probabilmente dobbiamo “ringraziare” i nostri amici cinghiali.
Dopo il primo momento di shock e rabbia ci siamo dati da fare: abbiamo rimesso l’azzeruolo al suo posto, tagliato di netto il tronco “chiudendo” la ferita con della cera (??), creato una barriera di pietre e tronchi e una vecchia carriola per scoraggiare eventuali nuove incursioni, e per buon peso abbiamo cosparso un po’ di peperoncino (un po’ poco però, pensandoci); dal fusto spezzato, infine, abbiamo ottenuto 4 piccole talee già messe a radicare, si sa mai che prendano!
L’azzeruolo ripiantato, con la barrieraTalee di azzeruolo
Non sappiamo se tutto questo basterà e se l’alberello riuscirà ad attecchire e a crescere; in caso negativo, se gli amici ci chiedessero che fine ha fatto l’azzeruolo, non rimarrà che rispondere: “l’azze… cosa?“.
In copertina: i minuscoli fiori di asparagino (Asparagus densiflorus?)