Loretta guarda il cratere lasciato dai cipressi, 1 novembre
Da lunedì scorso, 29 ottobre, si sono susseguiti alcune giornate tragiche per tutto il paese; piogge torrenziali e vento violentissimo si sono abbattuti un po’ ovunque causando danni incalcolabili e, cosa ancora più tragica, diverse morti – quattro ancora oggi. Giorni molto tristi per noi umani, dunque, e per tutti gli alberi, che in città, campagne e colline sono stati oggetto di una vera strage. Un bilancio disastroso che non ha risparmiato la nostra zona, ma per fortuna a Tuchel, tutto sommato, le conseguenze non sono state drammatiche.
Alle due di pomeriggio è arrivata una notte sabbiosa e arrabbiata
La Piazzetta ha preso forma e struttura! In un paio di giorni e altrettante incursioni del duo di amici ruspo-dotati che hanno fatto il grosso del lavoro, in un inizio di novembre climaticamente tollerante e favorevole, tra i fichi, il cachi e l’albicocco che pigramente s’infiammano e la lavanda, il rosmarino, la borragine che persistono imperterriti a fiorire, insomma in un’inaspettata parentesi bucolico-motoristica in questi nostri tempi ineffabili e digitali, ecco che l’ultimo (per ora) piccolo grande progetto di lui abbandona lo stato ipotetico e potenziale per diventare materia vera e reale, molto reale – e, al momento attuale, alquanto melmosa! Il dolce sole che ha accompagnato i lavori, infatti, da venerdì ha lasciato il posto a una situazione uggiosa e malinconica, pur non fredda.
Diversi mesi fa, a maggio, comprammo un vaso con un piccolo albero da frutto che presentava già una sorta di bacche verdi e tonde: un azzeruolo (Crataegus azarolus). Si tratta di una specie arborea dal nome evidentemente difficile da pronunciare (lui ha ancora adesso difficoltà a nominarla, ma non è certo l’unico), parente del biancospino, considerata un esempio dei frutti antichi, un tempo molto popolari e presenti nella dieta quotidiana e oggi ridotti a curiosità botaniche o poco più.
Originario dell’Asia Minore o di Creta, questo piccolo albero spinoso è considerato ormai tipico del territorio che si affaccia sul Mediterraneo e più in generale dell’Europa; per qualche verso ricorda il corbezzolo (poco appariscente, non monumentale, con frutti rossi sferici) ma con maggiore capacità di ambientarsi in climi non troppo miti. Uno dei pregi è la ricchezza in vitamina C dei piccoli frutti, qualità che comunque non conoscevamo al momento dell’acquisto.
Ebbene, il piccolo azzeruolo se ne è rimasto in vaso per tutta l’estate, in posizione prima soleggiatissima e molto esposta. La prima tremenda ordalia affrontata dal nostro fu l’ormai famigerata grandinata del 23 maggio: foglie frantumate e apici malridotti, bacche (stranamente) non troppo rovinate. Nei mesi più caldi lo abbiamo quindi messo nella parziale ombra di un caco selvatico, per non mettere a ulteriore prova le sue forze vitali; annaffiature quasi quotidiane, non troppo abbondanti. Nell’insieme deve aver gradito il trattamento, perché un mesetto fa tutti i piccoli frutti verdi sono giunti a maturazione, pur restando piuttosto piccoli (meno di 1,5 cm di diametro) e abbiamo potuto assaggiarli. Il sapore ricorda quello delle ciliegie, essendo un po’ aspro, e quello delle mele, anche per la consistenza; il frutto è niente male e piuttosto dissetante, peccato solo che contenga tre semi che, in proporzione alla polpa, sembrano enormi!
Azzeruolo – gemme di inizio settembre
Una ciotolina di frutti tenuta da lei, insieme a qualche fico verde, ha dato vita a un “esperimento marmellatistico” di cui purtroppo non abbiamo potuto valutare il risultato. Sarà per l’anno prossimo – sempre che ci arrivi, perché….
Perché, ecco, abbiamo sistemato l’azzeruolo nella sua sede definitiva, o almeno così pensavamo iersera andando via da Tuchel dopo il lavoro di zappa. Avevamo individuato un punto adatto, nel prato davanti alla palificata, verso i fichi che ci separano dal bosco ma con tanto spazio libero per crescere. Stamattina invece lo abbiamo trovato schiantato al suolo, il pane di terra sfatto, il fusto spezzato a una trentina di centimetri dall’apice. Un colpo al cuore, un disastro, una nuova suprema prova di sopravvivenza per il quale probabilmente dobbiamo “ringraziare” i nostri amici cinghiali.
Dopo il primo momento di shock e rabbia ci siamo dati da fare: abbiamo rimesso l’azzeruolo al suo posto, tagliato di netto il tronco “chiudendo” la ferita con della cera (??), creato una barriera di pietre e tronchi e una vecchia carriola per scoraggiare eventuali nuove incursioni, e per buon peso abbiamo cosparso un po’ di peperoncino (un po’ poco però, pensandoci); dal fusto spezzato, infine, abbiamo ottenuto 4 piccole talee già messe a radicare, si sa mai che prendano!
L’azzeruolo ripiantato, con la barrieraTalee di azzeruolo
Non sappiamo se tutto questo basterà e se l’alberello riuscirà ad attecchire e a crescere; in caso negativo, se gli amici ci chiedessero che fine ha fatto l’azzeruolo, non rimarrà che rispondere: “l’azze… cosa?“.
In copertina: i minuscoli fiori di asparagino (Asparagus densiflorus?)
Lavori in corso… con la partecipazione discreta e raffinata della nostra piccola amica Tummy.
Palificata: la “terrazza alta”Particolare dei legni di castagnoUn albero che somiglia al cappero
Ai margini della zona di lavoro della palificata, è in piena fioritura un alberello (anzi, due o tre) che ancora non abbiamo identificato; i fiori, stupendi, ricordano quello del cappero, ma hanno numerosissimi stami color rosso fuoco e antere giallo pallido. Inoltre il portamento è ad albero, e ne abbiamo visti in giro di monumentali, alti 3 o 4 metri almeno.
Asimina triloba appena impiantata
Poco più della zona palificata, ha trovato il suo posto un giovane esemplare di banano del nord (Asimina triloba), anche detto Pawpaw dai nativi americani (v. Wikipedia), acquistato poche settimane fa.
Intanto nel giardino di casa prosegue la fioritura dell’elicriso liquirizia (Helichrysum italicum) in vaso, che accompagna i pochi gradini che arrivano alla porta spargendo il suo aroma deciso e gradevolissimo.
In attesa di essere trasferito, almeno in parte, nel giardino “grande”…