Queste giornate da effetto serra inarrestabile iniziano quasi (quasi!) a innervosire: dopodomani inizia novembre e durante le ore diurne qui si sta ancora a scottarsi, in pantaloncini e canottiera (o anche senza). L’aspetto positivo è che la vegetazione perdura, così che le piante possono rafforzarsi ulteriormente prima dell’inverno; d’altra parte le ore di luce sono quelle che sono – sempre più scarse – e questo basta a sospingere chi deve ad abbandonare la mise estiva, lasciando che le foglie si infiammino dei colori più eclatanti per poi cadere, silenziose.
Noi ci crogioliamo il più possibile, quando possiamo – in questi giorni, soprattutto di pomeriggio (e peccato che da oggi ci sia un’ora in meno per farlo). Ci aiuta la scusa che il lavoro grosso del momento (la Piazzetta) richiede l’intervento esterno per essere concluso e che abbiamo ritrovato il carrellino con una ruota a terra (quindi niente raccolta pietre, per il momento). Fatta la Piazzetta, potremo sbizzarrirci con messe a dimora e ritocchi più o meno estetici. Tra una pennica, un bicchiere di vino rosso e una partita a racchettoni, però, c’è spazio anche per qualche lavoro: ieri abbiamo realizzato una sorta di mini tettoia in vetro sintetico per le piante succulente vicine al limone australiano, oggi abbiamo messo a dimora qualche pianta.
Fiori di corbezzolo (Arbutus unedo), dietro gli ulivi
Dopo le prove di finimondo di venerdì scorso – piuttosto credibili, trombe d’aria comprese – e timorosi di essere piombati di colpo nell’Apocalisse, con ieri e oggi ci siamo per l’ennesima volta ricreduti, e per l’ennesima volta abbiamo tirato fuori costumi e crema solare per le nostre ore a Tuchel. Non tanto ieri, sabato, in cui siamo stati sostanzialmente immersi in altre occupazioni più casalinghe (ci siamo giusto sincerati che le suddette trombe d’aria non avessero provocato danni reali e poco altro), quanto oggi. Impressionante.
Ne abbiamo approfittato: prima, pulizia del giardinetto davanti a casa, con qualche spostamento strategico. Poi, diverse piccole cose che elenchiamo in ordine sparso: Leggi tutto “Piccoli passi, piccole novità”
Tanti anni fa, c’era una piccola pianta grassa, con delle buffe foglioline tonde e un fusto nato vecchio, che sembrava molto piu’ secco e vecchio di quanto fosse. Questa piantina, non si sa come, finì nelle mani di lei, che se ne prese cura un po’ alla buona, ovvero con buona volontà e scarse conoscenze. Per fortuna era una di quelle piante difficile da far arrendere. Leggi tutto “L’approdo”
Diversi mesi fa, a maggio, comprammo un vaso con un piccolo albero da frutto che presentava già una sorta di bacche verdi e tonde: un azzeruolo (Crataegus azarolus). Si tratta di una specie arborea dal nome evidentemente difficile da pronunciare (lui ha ancora adesso difficoltà a nominarla, ma non è certo l’unico), parente del biancospino, considerata un esempio dei frutti antichi, un tempo molto popolari e presenti nella dieta quotidiana e oggi ridotti a curiosità botaniche o poco più.
Originario dell’Asia Minore o di Creta, questo piccolo albero spinoso è considerato ormai tipico del territorio che si affaccia sul Mediterraneo e più in generale dell’Europa; per qualche verso ricorda il corbezzolo (poco appariscente, non monumentale, con frutti rossi sferici) ma con maggiore capacità di ambientarsi in climi non troppo miti. Uno dei pregi è la ricchezza in vitamina C dei piccoli frutti, qualità che comunque non conoscevamo al momento dell’acquisto.
Ebbene, il piccolo azzeruolo se ne è rimasto in vaso per tutta l’estate, in posizione prima soleggiatissima e molto esposta. La prima tremenda ordalia affrontata dal nostro fu l’ormai famigerata grandinata del 23 maggio: foglie frantumate e apici malridotti, bacche (stranamente) non troppo rovinate. Nei mesi più caldi lo abbiamo quindi messo nella parziale ombra di un caco selvatico, per non mettere a ulteriore prova le sue forze vitali; annaffiature quasi quotidiane, non troppo abbondanti. Nell’insieme deve aver gradito il trattamento, perché un mesetto fa tutti i piccoli frutti verdi sono giunti a maturazione, pur restando piuttosto piccoli (meno di 1,5 cm di diametro) e abbiamo potuto assaggiarli. Il sapore ricorda quello delle ciliegie, essendo un po’ aspro, e quello delle mele, anche per la consistenza; il frutto è niente male e piuttosto dissetante, peccato solo che contenga tre semi che, in proporzione alla polpa, sembrano enormi!
Azzeruolo – gemme di inizio settembre
Una ciotolina di frutti tenuta da lei, insieme a qualche fico verde, ha dato vita a un “esperimento marmellatistico” di cui purtroppo non abbiamo potuto valutare il risultato. Sarà per l’anno prossimo – sempre che ci arrivi, perché….
Perché, ecco, abbiamo sistemato l’azzeruolo nella sua sede definitiva, o almeno così pensavamo iersera andando via da Tuchel dopo il lavoro di zappa. Avevamo individuato un punto adatto, nel prato davanti alla palificata, verso i fichi che ci separano dal bosco ma con tanto spazio libero per crescere. Stamattina invece lo abbiamo trovato schiantato al suolo, il pane di terra sfatto, il fusto spezzato a una trentina di centimetri dall’apice. Un colpo al cuore, un disastro, una nuova suprema prova di sopravvivenza per il quale probabilmente dobbiamo “ringraziare” i nostri amici cinghiali.
Dopo il primo momento di shock e rabbia ci siamo dati da fare: abbiamo rimesso l’azzeruolo al suo posto, tagliato di netto il tronco “chiudendo” la ferita con della cera (??), creato una barriera di pietre e tronchi e una vecchia carriola per scoraggiare eventuali nuove incursioni, e per buon peso abbiamo cosparso un po’ di peperoncino (un po’ poco però, pensandoci); dal fusto spezzato, infine, abbiamo ottenuto 4 piccole talee già messe a radicare, si sa mai che prendano!
L’azzeruolo ripiantato, con la barrieraTalee di azzeruolo
Non sappiamo se tutto questo basterà e se l’alberello riuscirà ad attecchire e a crescere; in caso negativo, se gli amici ci chiedessero che fine ha fatto l’azzeruolo, non rimarrà che rispondere: “l’azze… cosa?“.
In copertina: i minuscoli fiori di asparagino (Asparagus densiflorus?)