Un giardino non basta

Leggo sull’ultima pagina di Gardenia di marzo le brevi considerazioni che l’autore, Marco Martella, fa a partire da alcuni cambiamenti nella zona in cui vive – in Francia, così pare, ma potrebbe essere ovunque. Un boschetto abbattuto, nuovi capannoni per la pollicoltura, i segni della nostra civiltà (cemento, asfalto, infrastrutture, etc.) che si fanno via via più evidenti, soffocanti, pervasivi. E il pensiero-rifugio che conferisce ancora più sostanza all’attitudine a coltivare un giardino, un po’ per compensare quanto dell’ecosistema naturale viene (dis)perso e un po’ per ricreare un luogo più vivibile e bello, in cui si ha la sensazione – o l’illusione – che il mondo sia ancora bello, giusto e in equilibrio.

Dicono: “la bellezza ci salverà”, nella bellezza ricomprendendo anche gli spazi verdi antropici come giardini, parchi, aiuole, tenute agricole. Ecco, io nutro molti dubbi al riguardo. La bellezza salva, forse, chi è in grado di percepirla, o almeno cercarla, desiderarla. L’essere umano medio, come del resto tutti gli animali, non fa alcun caso né all’ambiente che lo circonda, né alle conseguenze del suo operato sull’ambiente stesso; il pensiero della bellezza, dell’armonia, lo sfiora dunque solo occasionalmente, e piuttosto superficialmente. Proviamo a essere realisti e a evitare facili ipocrisie consolatorie: di fronte alla bellezza, più spesso di quanto ci piace pensare le reazioni vere sono piuttosto terra-terra. Ma è scomodo, Ma quanto dura, Caspita se è lontano, Stasera c’è la partita, Domani si va a fare shopping, Ahh tanto bello ma anche basta, Lo metto su Instagram, Prossima volta ci veniamo col Suv nuovo, Dopo cosa c’è?, Meglio a casa mia che metto l’aria a palla.

Siamo troppo distratti per pensare seriamente al paesaggio che cambia, alla natura, al pianeta che si surriscalda; è una cosa che non ci tocca davvero nel profondo, e così provoca al massimo qualche educata considerazione di circostanza sulla necessità di “proteggere la natura”, avere uno stile di vita “più sostenibile”, fare “attenzione all’ambiente” e sciocchezze del genere. Frasi e atteggiamenti ipocriti, anche se inconsapevolmente; poi si va a visitare qualche parco, si comprano due piantine olandesi e ci si mette il cuore in pace. Ma, a dirla tutta, se bisognasse scegliere tra un parco giochi con le panchine e un parcheggio coperto sotto casa, cosa farebbe una persona comune? E, se adesso siamo tutti preoccupati per l’ambiente, com’è che ci riempiamo di stupidaggini plasticose a basso costo, perfettamente inutili e di durata irrisoria, facendone incetta “dai cinesi”? E perché compriamo le monodosi di zucchero, creme, biscotti, qualsiasi cosa?

Oltretutto, anche la preoccupazione per il pianeta è un po’ stupida. Non dobbiamo “salvare il pianeta” (ma quanta importanza riusciamo a darci, come specie?!), semplicemente perché il pianeta non ha alcun bisogno di essere salvato. La Terra continuerà a esistere nelle ere delle ere, con o senza di noi, e con essa la vita. Il punto non è certo “salvare il pianeta”, bensì “salvare il pianeta così come lo conosciamo, con habitat ed ecosistemi che rendono possibile e piacevole la nostra esistenza”. In altre parole: salvare la specie umana, che contrariamente a quello che stupidamente pensiamo non è svincolata dalle altre – che siano vegetali o animali. Il mondo così come lo conosciamo si sta trasformando in maniera imprevedibile, ma non cesserà di esistere a causa nostra. Certo, ci porterem(m)o via nell’oblio eterno tantissime altre specie, e habitat unici dall’equilibrio perfetto ma delicato verranno spazzati via. Diminuirà brutalmente la biodiversità; resisteranno relativamente poche specie più adattabili che colonizzeranno interi continenti, e dal punto di vista della diversificazione e dei raffinati adattamenti delle forme di vita si tornerà forse indietro di milioni di anni. Ma la Terra continuerà a girare, verde, bianca e blu, e sarà sempre uno spettacolo anche se potrebbe non esserci nessuno a sapere di vederlo.

La fine della Terra così come la conosciamo non è davvero una bella prospettiva, e ben venga chiunque si preoccupi di come rendere più leggera la propria impronta sul nostro mondo – alimentando quella bellezza di cui abbiamo disperato bisogno, senza che neppure ce ne rendiamo conto. E allora sarebbe bello che non fossero pochi, piccoli giardini privati, in cui far finta che tutto sia armonia e futuro possibile, a fronteggiare il disastro in arrivo. Bisognerebbe che il 50% più 1 della popolazione mondiale sentisse di dover curare non solo un giardino, ma lo spazio in cui vive, smettendo di agire come se quello che sta fuori della porta di casa non lo riguardi, o – peggio ancora – come se tanto quello che fa una singola persona non facesse alcuna differenza. Si sottovalutano sempre le conseguenze delle proprie azioni (una cicca per terra, che sarà mai?), mentre, stranamente, si ingigantiscono parecchio gli effetti delle azioni altrui sul proprio benessere (quel bastardo del piano di sopra ha buttato una cicca nel mio balcone).

Smetterò quindi di curare il terreno, amare le piante, darmi da fare nel mio piccolo per rendere il nostro pianeta un pochino più verde, visto che è probabilmente tutto inutile? No, perché amare le piante e curare il verde – un verde il più possibile legato e al contesto e dunque sostenibile – è ciò che sento mio; è un’attitudine, una passione diventata stile di vita, modo di essere. E non si può cambiare ciò che si è, si può semmai cercare di migliorarlo, e di trasmetterlo.

Giardino Tuchel tornerà a essere uno spazio dedicato alle piante, ai giardini, alla bellezza, lasciando in sottofondo temi e considerazioni di ordine più generale, teoretico per così dire. E se anche non cambierà il pianeta, sarà un modo per esprimere sommessamente l’amore che nutro per esso.

Sul ciliegio