Queste giornate da effetto serra inarrestabile iniziano quasi (quasi!) a innervosire: dopodomani inizia novembre e durante le ore diurne qui si sta ancora a scottarsi, in pantaloncini e canottiera (o anche senza). L’aspetto positivo è che la vegetazione perdura, così che le piante possono rafforzarsi ulteriormente prima dell’inverno; d’altra parte le ore di luce sono quelle che sono – sempre più scarse – e questo basta a sospingere chi deve ad abbandonare la mise estiva, lasciando che le foglie si infiammino dei colori più eclatanti per poi cadere, silenziose.
Noi ci crogioliamo il più possibile, quando possiamo – in questi giorni, soprattutto di pomeriggio (e peccato che da oggi ci sia un’ora in meno per farlo). Ci aiuta la scusa che il lavoro grosso del momento (la Piazzetta) richiede l’intervento esterno per essere concluso e che abbiamo ritrovato il carrellino con una ruota a terra (quindi niente raccolta pietre, per il momento). Fatta la Piazzetta, potremo sbizzarrirci con messe a dimora e ritocchi più o meno estetici. Tra una pennica, un bicchiere di vino rosso e una partita a racchettoni, però, c’è spazio anche per qualche lavoro: ieri abbiamo realizzato una sorta di mini tettoia in vetro sintetico per le piante succulente vicine al limone australiano, oggi abbiamo messo a dimora qualche pianta.

Per la precisione: lungo la palificata, fra gli ultimi due tronchi, altri tre giovani fusti di Senecio angulatus; sull’orlo della palificata, uno in Terrazza Bocage e l’altro in Terrazza Spagna, due piccoli fichi degli Ottentotti (Carpobrotus edulis) da talee di questa primavera; in Terrazza Spagna, due Aloe (arborescens?), una spinosa (forse una Opuntia) di origine incerta e un’Agave americana giovane – o perlomeno piccola, anche se con i suoi 6/7 getti alla base cominciava a stare parecchio stretta nel vaso.
Senecio e Aloe arborescens provengono in forma di talee da un non meglio precisato intervento di un giardiniere in chissà quale parco, due o tre mesi fa. Il giardiniere dette i rami ad Angela, che a sua volta li girò a noi; lei si occupò di farle radicare. Col senecio nessun problema, qualche dubbio c’era con l’aloe; oggi, interrando, abbiamo comunque notato che qualche radice c’è e fa ben sperare.
Agave americana invece proviene da un salvataggio di almeno nove anni fa, quando Laura vide e raccolse diversi vasi con piante vive abbandonati nei pressi di un cassonetto della spazzatura. Ha resistito stoicamente in un vasetto di 13-14 cm di diametro, cambiando quattro o cinque case e quartieri; ora si merita un posto d’onore sulla terrazza!

Una curiosità: l’altro ieri abbiamo avuto modo di assaggiare il frutto di Acca sellowiana, di cui con estrema calma cominciano a maturare, appunto i frutti. Ne riparleremo, intanto possiamo dire che il gusto è buono! e ricorda una mela o una pera, con una punta di aspro e la consistenza croccante dei piccoli semi. C’è anche qualche somiglianza col melograno, per la polpa non omogenea.






