Chi abita con un gatto lo sa bene: il suo istinto di predazione è fortissimo, inestirpabile, e si rivolge a qualsiasi cosa o essere che si muova (o che possa essere mosso) e che non superi le dimensioni di un piccione. Ecco quindi il felino di casa cacciare palline di vario genere, mosche, calzini, penne, elastici da capelli (!) e via elencando. Se il suddetto felino ha la possibilità di andare all’aperto il parco prede si amplia notevolmente: uccellini, lucertole, farfalle, topini…
Moltiplichiamo il felino d’esempio per tre, e consideriamo il fatto che – anche se non viviamo proprio in campagna – certo non siamo nemmeno in pieno centro città; risultato, le tre dolci bestioline fanno il possibile per portare il loro contributo alimentare, o quantomeno ludico, e non si contano più code di lucertola, zampe di cavalletta, piume di uccellini lasciati in giro per casa – a volte pure corpi mummificati di gechi.
Se la vittima è ancora viva e sufficientemente vegeta, scatta la corsa al salvataggio: non si contano neppure lucertole, ramarri e gechi tolti dalle grinfie delle (stre)gatte o recuperati sotto mobili, dietro al letto o sul soffitto e depositati amorevolmente in qualche angolino all’esterno, passabilmente sicuro. L’ultima occasione degna di nota, per ora, è stata quella di ieri, quando Charlie…
Sì, Charlie, la pacioccosa, quella che quando mangia le crocchette ti posa una zampina sul piede come a dire “stai qui, eh!”, quella che batte ogni record di pennichelle mattutine, pomeridiane e serali, quella che quando le dai una grattatina sotto al mento si rivolta tutta dal piacere e ti guarda con ogni sognanti. Ieri invece, rientrando in casa dopo un giro di annaffiature, vedo che sta guardando dell’altro.

Un qualcosa di… arrotolato… un cordino?
No, non può essere, i cordini non perdono sangue! È un serpentello che sembra proprio avere avuto la peggio. Invece, aspetta, è ancora vivo. Bisogna salvarlo! Lo prendo delicatamente con uno scottex e lo poso sul tavolo per esaminarlo meglio.
Nel frattempo c’è qualcos’altro che attira l’attenzione di Charlie, che con due balzi sale prima sul camino e poi sul mobile della sala. Un grosso geco, senza coda. Evidentemente è già sfuggito a un primo attacco.

Oh, no, lì c’è la collezione di tazze colorate di lui, ci manca che faccia strike facendole cadere! Con un occhio al serpente sul tavolo e l’altro al geco, che non mi cada in testa, in qualche modo faccio accomodare la gattona fuori dalla finestra della cucina. Procedo coi salvataggi, dunque… ma prima va immortalato il protagonista!
Durante le foto-ricordo il serpente (identificato: trattasi di Natrix natrix, un’innocua biscia o natrice dal collare, tipica di luoghi un po’ più umidi) se ne sta buono lì ad annusare l’aria con la lingua; è quando voglio metterlo in una scatolina per portarlo fuori che inizia ad agitarsi, si butta dal tavolo, si fionda verso il muro cercando di arrampicarsi (è privo di appigli, non ce la fa). Decisamente ancora vivo, il nostro amico! Prendo un bel respiro e cercando di essere delicata lo acchiappo dall’alto sotto la testa, lo avvolgo con la carta, lo chiudo nella scatolina. Il più è fatto, ora basta portarlo nel bosco dietro casa; ancora qualche passo, ecco, lì su un prato vicino a un cumulo di rami secchi va bene, sicuramente vi si rifugerà.
Apro la scatolina, nessun movimento. Ha deciso di recitare di nuovo la parte del morto, ma non me la fa! Ecco, ora l’ho posato sulla vera terra, lo sospingo un pochino con un dito, sarò abbastanza rassicurante? E il piccolo serpente, dopo qualche altra annusatina con quella buffa lunga lingua nera, scioglie il proprio nodo e si infratta.
Torno a casa, non è finita: c’è ancora il grosso geco da sistemare… ma questa è un’altra storia (anche se finisce bene anch’essa).







