Transizione ecologica? Ancora no, grazie!

Immaginiamo una grande area privata, in una grande città italiana, posta in una zona collinare, periferica, in passato pesantemente industriale e dunque degradata. Supponiamo che quest’area sia oggetto di un sontuoso progetto di sviluppo tecnologico e scientifico, e che sia stata proclamata luogo sacro dell’innovazione e della ricerca, con alcune realtà istituzionali e imprenditoriali già insediate e attive e molte, molte altre in vista. Ipotizziamo che il magnifico progetto e progressivo non sia privo di un grande cuore verde (qualcuno l’avrebbe definito anzi polmone) e pulsante, un parco pubblico aperto a tutti che ne costituisce anzi il fulcro, l’epicentro di vita, e che con area giochi, area cani, percorsi ginnici e quant’altro “interpreta la qualità del vivere e del lavorare bene” e riconnette visitatori e utenti del luogo alla natura. Fantasticando ancora un po’, non sarà difficile intuire che un luogo siffatto potrebbe ospitare anche una scuola materna e altre strutture dove genitori e bimbi usufruiscono di servizi avanzati in un contesto sereno e naturale, lontani dalla concitazione artefatta dei centri urbani.

Un’oasi di questo genere meritebbe un nome adeguato alla propria vastità, in senso sia dimensionale sia valoriale, e per sottolinearne la modernità potremmo pensarlo in inglese: una cosa come Great Campus, diciamo – low profile ma non troppo.

Ora, volendo essere dispettosi, potremmo supporre che il parco, con i suoi servizi, nel corso di pochi anni sia stato un po’ trascurato. Vuoi per mancanza di fondi, vuoi per il dirottamento delle risorse in altri ambiti, vuoi per la pandemia, fatto sta che le siepi perimetrali potrebbero aver iniziato ad allungarsi disordinate, i prati a inselvatichirsi perdendo omogeneità, i bordi strada e le aiuole a riempirsi di piante venute dal vento. Anche gli alberi, ancora legati ai tutori, mostrano qualche problema.

Un contesto a scarsa manutenzione: prati e siepi

Insomma, la natura fa il suo lavoro, e pian piano tende a trasformare qualsiasi giardino in una bolgia di nuova vegetazione, che a lungo andare diventa impraticabile o impenetrabile. Fino a che torna la mano dell’uomo, e riporta il suo ordine arbitrario.

Immaginiamo che il nostro bel parco sia solo all’inizio della “degenerazione naturale”, la cui manifestazione più apparente è negli invadenti arbusti a bordo strada e nelle macchie di piantacce qua e là nei prati, pieni di avvallamenti e dossetti; allo stesso tempo potremmo notare basse macchie di trifogli e tutto un frullare di ali di insetti, uccellini, farfalle – mentre rimarrebbero nascoste molte altre piccole vite: altri insetti, lombrichi, piccoli mammiferi, forse rane e rospi nei punti più umidi.

A questo punto ipotizziamo di dover intervenire; potremmo scegliere di riportare tutto il verde al “punto zero”, cioè a com’era al momento dell’impianto, sforzandoci di seguire il dettato del disegno originario. Oppure potremmo pensare di dialogare col piccolo patrimonio di biodiversità che si è instaurato nel tempo, ripristinando proporzioni e ordine (nelle siepi, nelle aiuole) ma concedendo spazio a forme vegetali e animali che ormai abitano il luogo, arricchendolo e vivificandolo. Potrebbe essere il caso, ad esempio, del trifoglio, le cui basse macchie punteggiano i prati, spiccando per la diversa tessitura delle foglie e per le fioriture da bianche a lilla; trifoglio che svolge un’azione benefica sul terreno, fissandovi l’azoto, e attira api e altri impollinatori. Potremmo quindi provare idealmente a realizzare delle “isole di biodiversità”, che spezzano la monotonia del prato e giocano con le forme, nascondendo il fatto che, là sotto, ormai l’erba del prato in rotoli non c’è più.

Poniamo, però, che quest’idea delle isole di biodiversità non venga capita e apprezzata dai responsabili della gestione dell’area, che anzi farebbero pressione per avere “i prati in ordine” – a maggior ragione in vista di un evento pubblico. Una manifestazione benefica, diciamo, rivolto a bambini e famiglie, con attrazioni di vario genere tra cui una dimostrazione di mototerapia (?), musica, cibo. Un appuntamento per mostrare le grandi potenzialità del parco e delle attività all’aria aperta e in cui fare sensibilizzazione ecologica (c’è anche l’azienda rifiuti comunale che fornisce decine di bidoni nuovi fiammanti per la raccolta differenziata, salvo poi portarli via la sera stessa a giornata conclusa). Quindi per carità, niente aree di biodiversità, niente trifoglio, niente fiori – niente confusione. E pazienza se qualche problemino resta in giro, perlomeno l’aspetto generale sarà ordinato.

Pazienza anche se, dopo il taglio drastico, notassimo le api che si aggirano spaesate là dove ricordavano benissimo che ci fosse del nettare a cui attingere, e pazienza per tutti gli altri insetti utili e meno utili. Pazienza, infine, se il taglio a zero evidenziasse tutte le irregolarità del campo: zone prive di vegetazione, buche, macchie giallastre dov’era il trifoglio.

In questa brutta favola, a fare più male sarebbe la consapevolezza di non essere riusciti a fare intravvedere un nuovo approccio alla “manutenzione del verde”, forse di non aver saputo trovare gli argomenti giusti per fare optare verso un intervento più conservativo e sostenibile. Si potrebbe pensare a quanto antiquato sia un gusto che ama il verde in senso strettamente letterale, come colore, ovvero a quanto sia superato il concetto del prato all’inglese (peggio ancora se trascurato per mesi o anni: quasi irrecuperabile), sterile e agronomicamente insignificante, oltre che ecologicamente disastroso. Al giorno d’oggi non c’è progettista che si rispetti che non proponga prati fioriti, alternativi, a bassa manutenzione; non per nulla quest’anno, per la prima volta nella sua storia, allo stesso Chelsea Flower Show nessuno dei giardini presentati presentava il classico tappeto verde in stile golf club. Si potrebbe pensare con più di un pizzico di malinconia alle città che in tutto il mondo fanno a gara per escogitare nuovi contesti urbo-rurali, forme di coesistenza tra natura ed edifici, strategie di ecosostenibilità e contrasto alle isole di calore, tetti verdi, percorsi ecologico-sensoriali, corridoi ecologici, aree fiorite per le api e chi più ne ha più ne metta.

Forse il problema è davvero quello di cambiare prospettiva, e convincersi di poter cambiare qualcosa nel proprio piccolo, nelle proprie abitudini. Tutti vorremmo un mondo più bello, più vivibile, più sano e più ecodiverso, ma spesso non ci rendiamo conto che possiamo cominciare a realizzarlo noi – qui e subito, senza limitarci ad agognare paradisi lontani perché “tanto qui è così” e senza dover necessariamente chiamare archistar e supreprogettisti che suggeriscano interventi di riqualificazione o riconversione ecologica in cambio di lauti compensi.

Basta non aver paura di cominciare a fare quello che si pensa che si dovrebbe fare. Basta immaginare un modo nuovo per fare ciò che si è sempre fatto, o per non farlo più.

Basta una macchia di trifoglio su un prato.