Transizione ecologica? Ancora no, grazie!

Immaginiamo una grande area privata, in una grande città italiana, posta in una zona collinare, periferica, in passato pesantemente industriale e dunque degradata. Supponiamo che quest’area sia oggetto di un sontuoso progetto di sviluppo tecnologico e scientifico, e che sia stata proclamata luogo sacro dell’innovazione e della ricerca, con alcune realtà istituzionali e imprenditoriali già insediate e attive e molte, molte altre in vista. Ipotizziamo che il magnifico progetto e progressivo non sia privo di un grande cuore verde (qualcuno l’avrebbe definito anzi polmone) e pulsante, un parco pubblico aperto a tutti che ne costituisce anzi il fulcro, l’epicentro di vita, e che con area giochi, area cani, percorsi ginnici e quant’altro “interpreta la qualità del vivere e del lavorare bene” e riconnette visitatori e utenti del luogo alla natura. Fantasticando ancora un po’, non sarà difficile intuire che un luogo siffatto potrebbe ospitare anche una scuola materna e altre strutture dove genitori e bimbi usufruiscono di servizi avanzati in un contesto sereno e naturale, lontani dalla concitazione artefatta dei centri urbani.

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