Prova a indovinare

aglio
Capolino di un aglio selvatico, 16 maggio

Oggi, finalmente, ci siamo svegliati col sole – poco convinto, ma sempre sole. Certo, alle 8 si sfioravano appena i 10 °C (e in casa eravamo sotto i 17!), ma sembra proprio che da adesso tornerà un clima più primaverile. Resta da chiedersi… quanto durerà!

Il consueto giretto mattutino con Loretta dà l’occasione per scovare e osservare presenze botaniche e non solo; una delle mie attività preferite è poi cercare di dare un nome (scientifico) a ciò che incontro; identificare permette poi di approfondire la conoscenza cercando caratteristiche, qualità, usi e significati delle numerosissime forme viventi di un ambiente anche piccolo. Si apre cioè un mondo di conoscenze anche simboliche, oltre alla soddisfazione di poter dare un corpo, una sostanza (sperimentata direttamente, quindi approfondita) a nomi, saperi, immagini conosciuti finora solo come sentito dire, come figure retoriche.

Via quindi col gioco dell’identificazione, per esempio col bellissimo fiore tripetalo blu che occhieggia da qualche giorno sotto al Ginkgo biloba; grazie alla caratteristica dei tre petali è stato un attimo arrivare al nome del genere (Tradescantia, fam. Commelinaceae), ma tutto un altro discorso è definire la specie. Tradescantia è un genere di piante nordamericane, introdotte e in parte naturalizzatesi in diverse zone d’Italia, soprattutto al nord.

Il problema è che in coltivazione ci sono soprattutto ibridi di T. andersoniana (peraltro neppure specie pure), a loro volta – leggo – spesso e volentieri derivate da T. virginiana. Scorro le foto su Internet e noto inoltre T. ohiensis, praticamente identica alla mia piantina.

Come raccapezzarsi? Bisogna dedicarsi a un lavoro più certosino, leggere le descrizioni, cercare di ca(r)pire i tratti specifici di ogni specie – suona ovvio e pleonastico, ma è l’unica. In tutto questo, purtroppo non sempre arrivo a una definizione univoca, ma tuffandomi nell’indagine ho idea che pian piano si affini lo spirito d’osservazione. Di sicuro si imparano comunque molte, molte cose. Nel caso specifico, noto la peluria sui sepali del fiore, gli stami giallo brillante, le foglie acute poste ad angolo acuto sullo stelo, e decido che potrebbe essere T. virginiana – idea che mi piace di più di quella di un ibrido T. andersoniana qualsiasi…

Nel caso della nostra tradescanzia, che è appunto una tradescanzia arrivata chissà come e chissà quando dal nord America, che in italiano è chiamata erba miseria (un nome sentito chissà quante volte!) per la sua facilità a vivere di niente e con niente, che preferisce luoghi umidi e resiste benissimo al freddo anche intenso, e sembra essere molto gradita alle tartarughe di terra. È inoltre parente stretta di diverse specie decombenti largamente usate nelle aiuole all’ombra o in appartamento, per esempio la comunissima T. pallida, che ha fiori molto più piccoli e rosa, T. fluminensis, con foglie verdi e piccoli fiori bianchi, e T. zebrina, più delicata, le cui foglie hanno luminescenti striature viola e argento:

Se è difficile identificare una pianta dai fiori più o meno appariscenti come una tradescanzia (o mille altre, a partire da cardi, trifogli, margherite…), ancora più gravoso mi sembra il compito con le millemila graminacee che prosperano sui prati, con le loro spighette solo apparentemente tutte uguali. Un giorno magari mi ci metterò; un giorno sarebbe bello fare l’erbario di Tuchel. Chissà!