Non solo piante e lavori di carpenteria, qui a Tuchel. Salutiamo l’arrivo delle attesissime piogge (ieri coperto, oggi proprio piovoso anche se con misura) con la lettura del Dilemma dell’onnivoro di Michael Pollan. Libro davvero interessante, anche se focalizzato principalmente sul contesto statunitense, e ragionevolmente allarmante circa meccanismi e derive più o meno perverse del sistema alimentare (e dunque economico) attuale. Questo a quota poco più di un sesto delle pagine, al termine di un capitolo dal bucolico titolo La fattoria, che non deve trarre in inganno: ahimé, non si tratta di favole né di suggestivi racconti di un mondo perduto. Il mondo perduto, semmai, rischia di essere il nostro…
Perché tanta negatività? Il mais o granturco appare come una pianta eccezionale sotto molti punti di vista, a prescindere dal fatto che, così come appare ora, in natura semplicemente non può sopravvivere (un po’ come quelle razze canine improbabili come chihuaua o Shih Tzu, viene da pensare). Il guaio sta nel fatto che sul mais si è consolidata nel tempo una filiera alimentare industriale molto… prepotente e distruttiva verso molti comparti, in primis proprio quello agricolo.
In due parole, la produzione di mais è gestita da poche, enormi imprese private che mirano ad aumentare sempre più la produzione: non tanto per produrre granturco da usare come cibo, quanto per avere materia prima a basso costo da piazzare poi in tutti i modi possibili – lucrando inoltre moltissimo sul fatto che quello che si coltiva sono sempre ibridi di prima generazione, di cui i coltivatori devono ogni anno comprare i semi (brevettati); non solo, per far sì che le piante raggiungano la loro resa potenziale su terre coltivate ormai intensivamente e a monocoltura, i coltivatori comprano anche quantità industriali di concime chimico, a sua volta sintetizzato da materie prime come i carburanti fossili che, oltre a non essere rinnovabili (diversamente dall’energia solare), vengono ottenuti con ulteriore grande dispendio di energia elettrica.
Dunque: forti spese per acquistare i semi, nessun controllo sulle piante, altre forti spese per acquistare gli indispensabili concimi chimici, nessun controllo sul prodotto finale – dal momento che i milioni di tonnellate di mais dei produttori finiscono in enormi depositi gestiti in modo chiuso da poche imprese – e nessun guadagno sul mais prodotto. Come è possibile? È possibile grazie agli incentivi che il governo USA dispensa ai coltivatori di mais per far sì che la loro attività non sia legata al mercato (alla faccia del liberismo!): un tot a quintale, e sono tutti contenti.
Il problema è poi come utilizzare tutto il mais prodotto (divenuto materia prima a basso costo), e qui entrano in scena i nuovi stili alimentari e le tecniche di allevamento. Le poche, grandi, potentissime imprese che producono il mais (o meglio, se lo fanno produrre a bassissimo costo dai coltivatori, col fondamentale aiutino del governo) devono ora inventare, a volte di sana pianta, modalità per il suo utilizzo, e fior di scienziati studiano tutto il giorno sia nuovi prodotti “alimentari” sia nuove applicazioni in industrie di diverso genere – ad esempio quella dell’automobile, con la produzione di etanolo dal mais come additivo per la benzina.
Un esempio, abbastanza rivoltante, di uso dell’enorme eccedenza di mais rispetto al consumo umano è quello dei mangimi: non solo polli e maiali, per natura adatti a nutrirsi di cereali, ma anche e soprattutto le vacche vengono portate in modo innaturale a nutrirsi principalmente di mais e non di erba, e di grassi e proteine e antibiotici e quant’altro. Il mais costa poco e ingrassa, gli animali crescono rapidamente, seppure non in perfetta salute, e pazienza se lo fanno in ambienti troppo densamente abitati e quindi sporchi (il loro letame non viene portato via né utilizzato perché troppo acido). Alla fine, ecco che da mais a basso costo si ricava carne anch’essa a basso costo, con buona pace, però, della qualità.
Molte persone protestano contro il consumo di carne, sostenendo che coi prodotti agricoli usati per mantenere gli animali si potrebbe più ragionevolmente sfamare tanta gente nel mondo. In realtà, gli allevamenti intensivi sono stati necessari proprio per smaltire il surplus di mais (e soia) generato dalle politiche di aumento della produzione a tutti i costi, e non bastano neppure.
Pollame, maiali, vacche infatti non sono gli unici animali da ingrasso a cui affidare il compito di smaltire l’abnorme quantità di mais in circolo: ci siamo anche noi! A partire dai cereali, dagli sciroppi di glucosio o destrosio, dalle maltodestrine e via elencando, dal mais e da pochissime altre colture si estraggono o ricavano una quantità di sostanze da usare come additivi o come ingrediente base per alimenti del tutto nuovi, elaborati non tanto per compiacere il nostro gusto o le nostre necessità nutrizionali, quanto, sempre, per sbarazzarsi di lui, il nostro mais, re degli alimenti confezionati a poco prezzo. Il mais si insinua quindi ovunque, anche dove non dovrebbe o dove non te lo aspetteresti; l’esempio più facile è nelle varie crocchette o panatine di pollo, dove del pollo ormai non è rimasto nemmeno più il sapore: laddove dovrebbe esserci la fettina di carne di pollo, c’è un impasto indistinto e biancastro – certamente con pollo, ma non solo – e il tutto è ricoperto da abbondante panatura derivata, inutile dirlo, da numerosi sottoprodotti del mais.
Non bastasse l’ubiquità di questo ingrediente, per aumentarne il consumo (a dispetto dei limiti umani) nei fast food statunitensi si sono inventati le porzioni extra(large), oltre ad aver fatto lievitare quella standard: per pochi centesimi in più, chi non prende la porzione più grande di patatine (fritta in olio di mais), di hambuger (derivato da animali nutriti a mais e addizionato con mais) o di Coca Cola (dolcificata col mais)? Certo, rimane il problema del limite fisico degli stomaci umani, ma stanno già lavorando a nuovi derivati del mais in forma di sostanze indigeribili, così che se ne possa ingurgitare ancora di più senza sforare i suddetti limiti (peraltro abbastanza elastici, viste le percentuali di obesi negli USA).
Negli Stati Uniti soprattutto, in innumerevoli prodotti si è trovato il modo di infilare qualche derivato del mais, che siano amidi o zuccheri o acido citrico o altro ancora: bevande zuccherate in primis (anche nella Coca Cola, da un po’ di anni a questa parte), merendine, prodotti da forno, piatti pronti di tutti i tipi e le qualità, salse, pseudoformaggi e via elencando. Il tutto non perché ci vada o perché sia necessario o anche solo migliorativo, ma semplicemente perché ce n’è, fin troppo, e bisogna utilizzarlo. Lo stesso meccanismo che porta nei negozi e nelle case miriadi di oggetti di plastica, grandi o piccoli, spesso assolutamente e totalmente inutili, ma tanto a buon mercato che diviene proprio difficile non farsi irretire ed evitarne l’acquisto (salvo poi sbuffare ritrovandosi circondati da ammenicoli inutili e impolverati).
Il capolavoro dell’uso del mais è però negli “alimenti” nutraceutici e simili, nei cibi “arricchiti” e addizionati di questo e di quello (vitamine, olii, minerali, ecc.): la materia prima a basso costo, in una forma ben studiata e originale, con una spruzzatina di ingredienti speciali (sintetici) variamente identificati, confezionata ad arte (di solito in contenitori incredibilmente più grandi del contenuto) con l’accompagnamento di slogan che ne affermino le qualità nutritive superiori, viene propinata al grande pubblico, che abbocca, ben felice di pagare delle briciole di mais diversi ordini di grandezza di più del suo valore, se convinto delle o almeno disponibile a credere alle decantate qualità. Prodotti di nuova generazione che spuntano come funghi e che rispondono a esigenze nutritive del tutto inventate e fittizie, per non dover ammettere che la loro esistenza si deve solo alla disponibilità di certa materia prima (e alla determinazione al guadagno delle imprese del mais e all’inventiva dei loro ricercatori). Una cosa bisogna dirla: ci vuole del genio a escogitare e gestire tutto questo.
Insomma, la cosa triste del mais è che da alimento prezioso, con la sua storia e la sua cultura antichissime (dai Maya in giù) e con le sue peculiarità, sia diventato, come dice Pollan nel suo libro, commodity, ovvero un bene indifferenziato, stoccabile, fungibile, qualitativamente indipendente dallo specifico produttore; materia prima a basso costo e adatta per mille usi ma ad altissimo impatto ecologico – in tutto e per tutto come il petrolio, per dire. E che questo sia accompagnato da un assetto industriale dove l’obiettivo dei produttori è produrre, produrre, produrre sempre di più e inventare sempre più modi per trasformare noi, gli esseri umani, in uno smaltitore il più efficiente possibile di questa iperproduzione – uno smaltitore che oltretutto deve anche pagare per svolgere la sua opera! Si è parlato di genio, poco sopra: i grandi industriali alimentari del mais e della soia sono senz’altro i veri geni del male del nostro tempo!
Cosa fare? Aquisire consapevolezza, anzitutto; partire dal vecchio caro presupposto che la qualità si paga, e che quindi il cibo a basso costo (fast food, piatti confezionati, merendine, bibite, caramelline…) è anche di bassa qualità – forse anche bassissima, visto che nel prezzo che viene pagato per esso deve stare anche il ricavo per il produttore e per il distributore. Scegliere alimenti con una lista ingredienti il più breve possibile, o possibilmente proprio ingredienti “puri” da combinare e preparare in prima persona: verdura, fettine di carne, farine. Scegliere la frutta invece dei succhi di frutta, farsi l’acqua col limone invece della bibita, lasciar perdere bevande energetiche e, sì, anche i cereali arricchiti per la colazione, riservare il fastfood alle “grandi occasioni” (pochi soldi e tanta fame? Sempre meglio un panino col prosciutto di un McQualcosa) – e andandoci raramente, si constaterà ogni volta di più quanto siano improbabili i sapori che propone! Non cedere alla tentazione dei pochi spiccioli per uno snack che si annuncia bello grasso e dolce e quindi gratificante. Per citare parole pronunciate in tutt’altro contesto, ma tutt’altro che fuori luogo: Resistere, resistere, resistere.

