Sul green pass

In questo blog raramente parlo di qualcosa che non siano piante, lavori agricoli o di giardinaggio o ambiente in un senso più o meno ampio, ma vorrei dare il mio piccolo contributo su un argomento su cui, comprensibilmente, da diverse settimane si fa un gran parlare, ovvero il Green Pass e i suoi annessi e connessi. Dal febbraio dell’anno scorso il Covid è entrato nelle nostre vite, volenti o nolenti, e in qualche modo bisogna farci i conti; il suo impatto è stato tale da aver scatenato da subito le reazioni più diverse, dall’allarmismo più sfrenato allo scetticismo più convinto.

Credo che tutti, direttamente o indirettamente, siamo stati toccati dalla pandemia, col suo seguito di malattie, ricoveri, decessi. Qualcuno in modo gravissimo, altri in modo lieve ed estemporaneo, altri ancora solo per sentito dire. Lo scorso anno – lo sappiamo tutti – è stato devastante, non solo in Italia ma in tutto il mondo. Ci siamo trovati davanti a una minaccia nuova, sconosciuta, senza armi specifiche per affrontarla, solo qualche stratagemma per cercare di sfuggire al suo agguato: le mascherine, il distanziamento, le serrate. Non si sapeva nulla o quasi di come fronteggiare il virus, si cercava solo di evitarne la diffusione.

Il mondo della ricerca scientifica si è buttata a capofitto nello sviluppo di un vaccino, e alla fine dell’anno scorso dell’anno scorso questo è arrivato – anzi, ne sono arrivati diversi. Ora abbiamo qualche arma in più, e molto più potente, per fronteggiare la minaccia, che nel frattempo si è, come dire, normalizzata, e ha iniziato a fare molto meno paura. Pandemia, virus, covid, sono diventati termini talmente familiari da iniziare paradossalmente a perdere la loro carica di terribilità, di pericolosità, e insieme ci si è stancati di seguire tutta quella serie di indicazioni che frenano lo spensierato godimento della vita che abbiamo sempre avuto. Ok, sì, ci sarà il covid, ma alla fine è un problema di pochi individui deboli, riguarda per lo più qualcun altro – questo è quello che pensano in tantissimi. E il vaccino, beh, che se lo facciano appunto gli altri.

Intanto il virus continua a fare il suo lavoro, cercando di sbarcare su quante più persone possibile. Ecco allora l’idea del Green Pass, ovvero il certificato rilasciato a chi è guarito da poco, a chi è vaccinato e a chi ha fatto un tampone negativo, reso obbligatorio per frequentare i luoghi pubblici al chiuso e per lavorare. Un certificato che ha scatenato le reazioni più furiose, perché secondo i contrari limiterebbe la libertà delle persone.

Io sono invece molto favorevole al green pass e condivido il principio su cui si fonda. Non ho alcun titolo per discutere nel merito dei vaccini e della loro efficacia, dei tamponi, dell’incidenza relativa dei casi e quant’altro – ritengo che ognuno debba fare il proprio lavoro, e disquisire solo delle cose che conosce perfettamente. Quello che mi piace del green pass è che punta a responsabilizzare le persone, le mette davanti a un fenomeno (la pandemia) da cui non possono più chiamarsi fuori. È semplicemente un modo per limitare il rischio che persone potenzialmente infette possano contribuire a espandere ulteriormente il contagio. Non obbliga nessuno a vaccinarsi, tutt’altro, ma chiede a chi non lo è di verificare di non essere infettivo. Nell’interesse della salute pubblica, mi sambra più che accettabile. Anche perché è troppo facile pretendere protezione, tutela e cure da ogni evento avverso senza minimante partecipare alla prevenzione degli eventi stessi. Sarebbe incoerente continuare la propria vita come se nulla fosse, senza il minimo sacrificio personale, salvo eventualmente ricredersi una volta che si finisce in un letto d’ospedale, invocando l’assistenza di medici e infermieri, esponenti di quello stesso mondo di multinazionali cattive che lucrano sulla nostra salute (argomento assai debole: sono in buona parte multinazionali quelle che producono il cibo e le bibite che compriamo, per non parlare di vestiti, scarpe, prodotti per neonati, bambini, animali. Cosa facciamo, smettiamo di mangiare, bere, vestirci e curare la nostra prole per non rischiare di arricchire qualcuno?).

Proprio oggi, in un’intervista a una grande tennista del passato (!) ho trovato una frase che sintetizza il mio pensiero:

Bisogna capire che la libertà non è libera. Impone responsabilità e consapevolezza. In questo caso verso la salute pubblica. […] Freedom is not free.

Responsabilità e consapevolezza. Che paroloni!

Non riesco a capire tanta avversione per uno strumento che alla fine la libertà la restituisce. Nella nostra società non si può fare praticamente nulla se non si ha una patente, un certificato, un’attestazione di qualche genere – dalla patente per guidare qualsiasi mezzo a motore (su terra, aria, acqua) all’HACCP per i contesti alimentari, all’antitetanica per giardinieri e agricoltori, alla sana e robusta costituzione per la palestra e via elencando.

Molti polemizzano sul fatto che i lavoratori che non vogliono vaccinarsi sono costretti a fare (e pagare) tamponi ogni due o tre giorni; certo, ma sono loro che hanno fatto una scelta incentrata su se stessi ed è giusto che se ne facciano appunto carico. Un po’ come quelli che non bevono l’acqua del rubinetto, e si costringono a comprare ceste e ceste d’acqua (una roba che non concepisco, fatte salve le situazioni in cui l’acqua è obiettivamente scarsa o cattiva – e lì allora arrivano i contributi statali): sta a loro pagarsele. Effettuare ed esaminare i tamponi, con le risorse di materiale, personale e tempo che ne conseguono, costa, e non sarebbe giusto far ricadere questo costo su quanti hanno preso provvedimenti più efficaci e duraturi contro la pandemia. Pensando innanzi tutto a se stessi, certo, ma anche agli altri, alla comunità, ed è proprio questo il significato del green pass che me lo fa piacere. Anche se avrà dei limiti, delle incongruenze, dei punti deboli. Ovvio, come tutto. Ma, nella consapevolezza che tutto è perfettibile, è uno strumento in più e dovremmo cercare di usarlo nel modo migliore senza focalizzarci sui difetti per svilirlo o peggio vanificarlo.