La barriera

Era più un fastidio che un dolore. Ma un fastidio particolare, comunque intenso, di un tipo mai provato prima, semplicemente incomparabile a qualsiasi sua esperienza precedente. E, soprattutto, era un fastidio che gli impediva di procedere oltre.

Il bosco
Il bosco

Aveva piovuto forte; le campagne erano piene di fango e l’aria ancora fredda. Si era tenuto nascosto tutto il giorno, ma con la luce che scemava rapidamente e la fame che lo attanagliava aveva sentito la necessità di uscire dal suo nascondiglio per cercare qualcosa da mangiare. Qualsiasi cosa sarebbe andato bene: bacche, frutti, un piccolo animale – non aveva modo di cacciare qualcosa di più grosso – … tutto, purché fosse commestibile. Non avrebbe disdegnato nemmeno di accontentarsi dei resti di una lepre o qualcosa del genere.

Per fortuna conosceva a memoria quei boschi, che frequentava sin da quando aveva memoria: i sentieri, gli anfratti, ogni singola roccia e ogni albero. Sapeva cosa e dove cercare, e se necessario sapeva introdursi di nascosto nei posti più impensabili.

Ma quella notte qualcosa di insondabile stava accadendo, qualcosa a cui non era preparato.

Da quanto tempo stava vagando? Si era mosso alle ultime luci del tramonto, e aveva faticato per giungere fino a lì, sprofondando nel terreno molle, che rallentava ogni suo movimento, con pazienza, con speranza. Un passo dopo l’altro, ignorando la stanchezza, il freddo, il fango che gli si appiccicavano addosso.

E del cibo infine l’aveva trovato: era lì, a pochi metri, adagiato a terra con la precisa casualità che solo Madre Natura può rispettare.

Prugne, si sarebbe detto dal profumo, appena cadute dall’albero, gonfie dell’ultima pioggia e del sapore della salvezza. L’aveva capito perché, anche se non ci vedeva molto bene ed era ormai buio pesto, olfatto e udito erano perfetti, e gli parlavano di quei frutti gustosi e zuccherini che si andavano accumulando con soffici tonfi e che lo aspettavano, se solo fosse riuscito a…

Sì, ecco, quel fastidio provato quando aveva provato ad avvicinarsi lo aveva colto di sorpresa e spaventato, perché non sapeva attribuirlo a nulla di materiale, di tangibile, di visibile. Era come emanato da una barriera invisibile, eppure insormontabile. Ma aveva bisogno di quel cibo, e non poteva rinunciare così facilmente. Pensò.

Nespole e amarene, 4 giugnoL’aveva fatta almeno mille volte, quella strada: com’era possibile che adesso non riuscisse ad andare oltre? Non si poteva nemmeno dire che non avesse forza. Anzi, di certo ne aveva da vendere ed incuteva timore per questo. Ma tutta la sua forza sarebbe servita contro quell’energia invisibile e beffarda?

Un attimo d’incertezza, poi ci riprovò: azzardò un passo, ma… ecco, di nuovo!

Quel fastidio maledetto, quasi fossero mille punte di freccia, gli sbarrò il cammino e gli fece fare dietrofront. Era terrorizzato.

Pensò ancora al da farsi. La zona era ampia, e per aggirare la misteriosa presenza che lo divideva dal cibo poteva tentare altre strade. Sempre più frustrato dalla stanchezza, col fango che ormai gli si era cotto addosso costringendolo a una fatica doppia, tentò tutte le scorciatoie che ricordava, i percorsi più segreti, i sentieri meno battuti. Ma ognuno di essi finiva per portarlo a quel fastidio insistente che, a furia di ripetersi, gli bruciava la pelle e gli feriva l’anima come un dolore vero.

Quella notte, per la prima volta nella sua vita, si rese conto di non avere speranze di fronte a un fenomeno che nemmeno riusciva a spiegarsi. C’era una forza più grande della sua, e lui aveva perso.

Affamato, tornò sui suoi passi, verso il bosco più profondo. Di fretta, perché si stava facendo giorno.

Sapeva che non avrebbe più calpestato quello che sembrava condurlo solo a una disperata, rabbiosa, fastidiosa impotenza.

***

La mattina si aprì in una perfetta giornata d’estate, con un venticello che rinfrescava la pelle, preparandola a ricevere una calda carezza dal sole.

cardo fioreMimmo era già in giardino, per il suo giro d’ispezione mattutino. In un angolo appartato, notò un bel cumulo di prugne adagiate sul terreno, con quella precisa casualità che solo Madre Natura può rispettare. Erano sicuramente cadute a causa della pioggia del giorno prima, e apparivano perfettamente mature, dolci e invitanti. Intatte.

– Rosa! Rosa! Vieni a vedere! È tutto intatto… Non ci sono impronte di quei maledetti cinghiali, nemmeno una. La rete elettrificata ha funzionato! –

Rosa raggiunse Mimmo con passo svelto, e provò ad esprimere lo stesso entusiasmo:

– È vero, Mimmo! E nessun nuovo buco nel terreno… è tutto così bello, pulito e ordinato! –

Ma il suo sguardo aveva qualcosa di malinconico.

– Rosa, che cos’hai? Non sei contenta? –

– Sì, certo, ma… Ma, ecco, non saranno contenti tutti gli animali che si nutrivano in questo giardino, e questo un po’ mi rattrista, perché non posso fare a meno di pensare che in fondo i frutti della terra siano anche loro…